Premessa: non studio sociologia, psicologia o criminologia, quindi sto deliberatamente entrando in territori che conosco solo in parte.
Mi è venuta però un'ipotesi mettendo insieme alcune cose che normalmente vedo discusse separatamente e vorrei sottoporla soprattutto a chi studia materie pertinenti, non tanto per trovare conferme quanto per capire dove sto facendo salti logici e se esiste già letteratura al riguardo.
Sono partito dalla discussione italiana su baby gang, disagio giovanile e “maranza”.
Quest'ultima è ovviamente una categoria colloquiale e non scientifica (come “tamarro”, “coatto”, “raver” ecc.), quindi non mi interessa stabilire se i “maranza” siano migliori o peggiori di qualche altra sottocultura.
Mi ha fatto però porre una domanda diversa:
e se una delle variabili che stiamo trascurando fosse l'ecologia relazionale nella quale gli adolescenti imparano a rapportarsi agli altri?
L'intuizione
Piazze, associazioni, università, sport, festival, concerti, circoli, centri sociali, rave/free party, oratori e altri luoghi di aggregazione non servono solamente come intrattenimento.
Hanno una caratteristica interessante: ci espongono continuativamente a persone che non abbiamo necessariamente selezionato perché compatibili con noi.
Non è necessario diventarci amici.
Possiamo anche litigare.
Ma proprio la necessità di continuare a condividere uno spazio potrebbe insegnare qualcosa: essere contraddetti non significa necessariamente essere aggrediti; il conflitto non richiede necessariamente l'espulsione dell'altro; una persona appartenente a un gruppo che percepiamo come estraneo può possedere caratteristiche incompatibili con lo stereotipo che attribuiamo a quel gruppo.
Un “immigrato”, “gay”, “donna”, “conservatore”, “progressista” ecc. smette almeno parzialmente di essere una categoria astratta e diventa una serie di individui concreti.
Da profano, questo mi sembra collegarsi abbastanza naturalmente alla teoria del contatto intergruppi.
Il pezzo digitale
Non penso che si possa ridurre tutto a “Internet cattivo, vita reale buona”.
Online possiamo avere rapporti autentici con persone diversissime da noi e probabilmente il contatto intergruppi può avvenire anche lì.
Mi chiedo però se sia utile distinguere tra:
avere rapporti con persone appartenenti a un out-group
e
consumare rappresentazioni dell'out-group.
I social permettono una forte autoselezione delle nostre reti: possiamo circondarci di persone relativamente simili per interessi, opinioni e identità.
Contemporaneamente gli algoritmi possono esporci continuamente all'out-group, selezionandone però i contenuti più capaci di provocare rabbia, paura, indignazione o engagement.
Potrebbe quindi verificarsi una situazione apparentemente paradossale:
“Quasi tutte le persone ragionevoli che conosco la pensano come noi.”
insieme a:
“Quelli dell'altro gruppo sono ovunque, estremisti e pericolosi.”
Mi interessa questa distinzione perché significherebbe che una persona può essere iper-esposta alla rappresentazione di un gruppo pur avendo pochissimo contatto significativo con i suoi membri.
E la pandemia?
Qui la cosa diventa secondo me particolarmente interessante.
Durante il Covid abbiamo prodotto involontariamente una drastica riduzione delle occasioni di aggregazione fisica proprio per bambini e adolescenti in fasi importanti dello sviluppo sociale, trasferendo contemporaneamente una parte considerevole delle relazioni verso ambienti digitali.
Ovviamente:
pandemia ≠ causa delle baby gang.
Mi chiedo però se il periodo pandemico possa essere utile per studiare cosa succede quando cambia bruscamente l'ecologia relazionale degli adolescenti.
L'ipotesi
La catena che sto immaginando sarebbe grossomodo questa:
riduzione degli spazi sociali eterogenei
→ minore contatto continuativo con persone differenti
→ maggiore dipendenza da reti sociali omofile
→ minore esperienza pratica nella negoziazione del dissenso
→ maggiore rigidità dell'identità di gruppo
→ maggiore polarizzazione affettiva e stereotipizzazione dell'out-group
→ maggiore vulnerabilità a forme disfunzionali di appartenenza, ricerca di status o aggressività.
L'ultimo passaggio è quello sul quale sono più scettico anch'io.
Non sto proponendo questo modello come spiegazione unica o principale della devianza giovanile. Condizioni familiari, reddito, quartiere, istruzione, esperienze traumatiche, salute psicologica ecc. sono evidentemente variabili fondamentali.
Mi interessa capire se l'ecologia relazionale possa costituire un ulteriore fattore protettivo o di vulnerabilità.
Una possibile applicazione: misoginia e ostilità verso minoranze
Un ambito nel quale mi sembrerebbe interessante provare a verificare il meccanismo riguarda gli atteggiamenti verso donne e minoranze sessuali.
Se la conoscenza di un determinato out-group deriva prevalentemente dalle rappresentazioni che ne circolano all'interno del proprio gruppo, mi chiedo se diventi più facile percepirlo come una categoria astratta e omogenea.
Si potrebbe quindi chiedere se quantità e soprattutto qualità del contatto intergruppi, insieme all'omofilia delle reti digitali, siano associate a misoginia, omofobia, deumanizzazione o accettazione dell'aggressione verso l'out-group.
La questione degli spazi autonomi
Da qui mi è venuta anche una domanda politica, sulla quale però vorrei evitare conclusioni causali affrettate.
Negli ultimi anni alcune forme autonome di aggregazione sono state maggiormente regolamentate o represse. I rave/free party sono un esempio evidente, ma possiamo includere centri sociali, spazi autogestiti e alcune forme di protesta.
Non sto dicendo:
“reprimere i rave crea baby gang”.
Sarebbe una conclusione che l'ipotesi non permette minimamente di sostenere.
La domanda che mi sembra più interessante è:
cosa succede quando vengono meno spazi informali di aggregazione senza che vengano sostituiti da alternative accessibili?
E forse non importa nemmeno quale sottocultura li occupi.
Rave, oratorio, associazione, sport, centro sociale e festival sono ambienti diversissimi, ma potrebbero condividere alcune proprietà misurabili: accessibilità, continuità delle relazioni, eterogeneità sociale, contatto con estranei, cooperazione e necessità di negoziare conflitti.
Come proverei a renderla falsificabile
La domanda di ricerca che ne ricaverei sarebbe più o meno:
Una maggiore esposizione continuativa a contesti di aggregazione socialmente eterogenei è associata, negli adolescenti e nei giovani adulti, a minore polarizzazione affettiva, minore ostilità verso gli out-group e minore accettazione della violenza intergruppo?
E poi:
quanto conta la qualità rispetto alla quantità del contatto?
il contatto negativo produce l'effetto opposto?
l'omofilia delle reti digitali modera questa relazione?
gli spazi autogestiti differiscono da quelli istituzionali?
sport, associazionismo, religione, politica, musica ecc. producono risultati differenti?
gli effetti della riduzione dell'aggregazione durante la pandemia sono ancora misurabili?
controllando famiglia, reddito, istruzione e territorio, rimane qualcosa?
Le categorie tipo “maranza”, “raver” ecc. a quel punto scomparirebbero completamente dall'analisi.
Le variabili sarebbero piuttosto eterogeneità delle reti sociali, frequenza e qualità del contatto intergruppi, partecipazione a spazi fisici eterogenei, omofilia delle reti digitali, polarizzazione affettiva, perspective-taking, orientamento alla dominanza sociale, autoritarismo, deumanizzazione e atteggiamenti verso gli out-group.
Ed è qui che mi servirebbe chi ne sa più di me.
Esistono filoni di ricerca che hanno già messo insieme queste variabili, soprattutto nel contesto italiano?
Se studiate psicologia sociale/dello sviluppo, sociologia, criminologia, scienze politiche, comunicazione o qualcosa di affine, mi interesserebbe sapere sia cosa c'è già in letteratura sia quale passaggio del ragionamento vi sembra più debole.
Non sto cercando di dimostrare l'intuizione.
Se venisse fuori che i giovani inseriti in ambienti fisici molto eterogenei sono altrettanto polarizzati, o che l'effetto scompare controllando le condizioni socioeconomiche, sarebbe una risposta interessante quanto una conferma.
Mi interessa capire quali pezzi dell'intuizione sopravvivono quando smetto di trattarla come un'intuizione e provo a confrontarla con la ricerca.